In questo momento di Pandemia mondiale dovuta al Covid-19, ancora una volta a pagare il prezzo più alto sono gli ultimi ed i penultimi. Sembra profilarsi il tempo di una grave recessione economica che diventa terreno fertile per la nascita di nuove forme di povertà, dove la precarietà della condizione lavorativa, di quella alimentare, dei sistemi relazionali e anche della stessa salute mentale sono messi duramente alla prova e il distanziamento messo in atto per prevenire il contagio non facilita solzioni costruttive in tal senso. Nel mantenere le distanze fisiche bisogna tenere presente, dunque, che occorre rafforzare la presenza sociale nelle nostre comunità, valorizzare strategie d’intervento che promuovano welfare di prossimità, approcci multidimensionali preventivi e non solo riparativi.

In quest’ottica, quest’anno, l’iniziativa “Facciamo un Pacco alla camorra” servirà a raccogliere fondi per sostenere progetti e attività dei Partner storici del “Pacco”. Acquistare il pacco in questo momento significa anche investire nella tenuta sociale ed economica della parte più fragile di un Paese grazie a chi non abbassa lo sguardo attento e responsabile verso chi è in difficoltà. Stappare una bottiglia di vino o mangiare una fetta di panettone artigianale con la confettura di mela “annurca” trasformata su un bene liberato dalle mafie, ha un sapore particolarmente buono, giusto e di speranza per un anno nuovo e migliore.

Una Filiera di Agricoltura sociale che mira a garanzie di tracciabilità, di filiera corta ed etica, basata prevalentemente su un’agricoltura biologica o comunque di custodia e valorizzazione di “cultivar” locali ma soprattutto di “agricoltura sociale”.

Un’agricoltura che prova, cioè, a rigenerare percorsi di vita di soggetti svantaggiati mediante il loro reinserimento lavorativo.

Il completamento di tale filiera trova la sua concretezza con l’impianto di trasformazione di prodotti agricoli sul bene confiscato “A.Varone” a Maiano di Sessa Aurunca (CE).

Facciamo un pacco alla camorra è un’iniziativa che da oltre dieci anni racconta di un riscatto che parte dalla presa in carico di soggetti svantaggiati, passa attraverso la riappropriazione dei beni confiscati alla camorra e di beni comuni abbandonati. Attività nate dalle esperienze di cooperative sociali, le quali stanno proponendo un nuovo modello di economia, di relazioni e di welfare sul territorio campano, un nuovo paradigma di relazioni, non incentrato sull’individualismo esasperato tipico del “fare” camorristico ma improntato sul “fare insieme” e costruire reti che “capacitano” le persone a investire su se stesse e a promuovere il “bene relazionale”, ricchezza questa che va sempre più incentivata per costruire comunità alternative alle mafie. Insomma costruire economia sociale come antidoto all’economia criminale e speculativa, per realizzare “Le terre di Don Peppe Diana”.